Vincenzo Manes

“Unopermille, tutti per uno” - di Vincenzo Manes

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Un’idea per l’Italia? Prelevare una piccola percentuale della ricchezza finanziaria privata per investirla nel terzo settore, che è a forte intensità di lavoro ed è quindi in grado di generare nuova occupazione. In questo modo si raccoglierebbero 5 miliardi di euro

1. La ricchezza netta familiare, calcolata come la somma delle attività reali e finanziarie e al netto dei debiti, presenta (dato 2013) un valore medio per l’area dell’euro di circa 230.000 euro. Tra i paesi con maggiore popolazione, l’Italia ha una ricchezza netta media familiare relativamente elevata nel confronto internazionale (275.200 euro). Il totale complessivo supera i 10mila miliardi euro. Di questi poco meno della metà sono riferibili alla ricchezza finanziaria. Se calcolata in rapporto al reddito disponibile, la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane è in media ancora più elevata rispetto agli altri paesi del confronto.

2. Le famiglie italiane hanno debiti più bassi della media e asset più elevati. Con la conseguenza che dispongono di una ricchezza finanziaria netta di tutto rispetto: il 193% del pil, a fronte di una media dell’Eurozona a 19 del 151%. In Germania, dove l’economia è fra le più robuste dell’area, le famiglie arrivano al 133% circa di ricchezza netta e in Francia al 163%. Nelle economie che hanno sofferto di più la crisi, come ad esempio Grecia e Spagna, tale ricchezza si colloca all’81% e al 116%.

3. Tuttavia, secondo i dati Eurostat nel decennio 2006-2016 l’aumento della ricchezza netta degli italiani è coinciso con l’aumento del numero di persone che soffrono di gravi deprivazioni materiali, che è uno degli indicatori con cui si misura la povertà. Il numero delle persone in difficoltà è aumentato in tutta l’Eurozona, mentre è diminuito in Germania e in Francia. In Italia si è assistito ad una crescita abnorme, che la si misuri in termini assoluti o relativi: nel 2017 si stimavano in povertà assoluta 1 milione e 778 mila famiglie residenti in cui vivevano 5 milioni e 58 mila individui; rispetto al 2016 la povertà assoluta è cresciuta in termini sia di famiglie sia di individui. L’incidenza di povertà assoluta è pari al 6,9% per le famiglie (da 6,3% nel 2016) e all’8,4% per gli individui (da 7,9%). Entrambi i valori sono i più alti della serie storica, che prende avvio dal 2005.

4. L’Italia quindi, che ha una ricchezza finanziaria netta fra le più alte dell’area euro, ha visto un’esplosione del numero cittadini in difficoltà. L’effetto della disuguaglianza è più marcato che negli altri paesi europei: siamo più ricchi, ma abbiamo più poveri. Gli effetti di questa situazione si ripercuotono su più fronti: dalla riduzione del livello di coesione sociale alla polarizzazione degli atteggiamenti politici, fino alla sfiducia crescente nei confronti delle istituzioni pubbliche. Il senso di insicurezza economica non riguarda infatti soltanto le famiglie più povere, ma coinvolge gli stessi individui che hanno visto crescere la propria ricchezza e che al tempo stesso temono il deterioramento delle condizioni del paese in quanto fattore che rischia di erodere rapidamente il benessere raggiunto. Il paradosso di un paese che è cresciuto contemporaneamente in ricchezza e in povertà genera dunque una situazione in cui il peggioramento del clima sociale e politico mette a rischio il risparmio accantonato dalle famiglie. 

5.  In un contesto in cui gli strumenti tradizionali destinati a tutelare la ricchezza delle famiglie sembrano non funzionare più, o non abbastanza, occorre trovare altri modi per rendere la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane un fattore di contrasto al crescente senso di insicurezza sociale. Uno di questi è quello di promuovere una responsabilizzazione diretta dei cittadini, che passi attraverso l’utilizzo di una parte di tale ricchezza privata per ridurre il senso di incertezza e migliorare la qualità della convivenza civile riducendo le disuguaglianze e creando occupazione attraverso il potenziamento dell’offerta di servizi sociali e di interesse collettivo. Per mettere così in sicurezza il paese e, in definitiva, garantire il godimento futuro della ricchezza accumulata. Senza un intervento sulla coesione sociale è più difficile infatti tutelare il risparmio degli italiani. L’impegno di ciascuno nel mettere in gioco una minima parte delle proprie risorse finanziarie non ha quindi soltanto una finalità altruistica ma serve a difendere il legittimo interesse di ciascuno nell’evitare che i propri risparmi vengano erosi dall’instabilità.

6.  La proposta “Unopermille” intende agire in entrambe queste direzioni. In sintesi, consiste nella creazione di un fondo nazionale alimentato da un prelievo dell’uno per mille (eventualmente elevabile fino al due per mille) sulla ricchezza finanziaria degli italiani, da destinare alla creazione di occupazione nel settore sociale attraverso il coinvolgimento delle organizzazioni nonprofit e destinato a progetti rivolti al miglioramento del livello di coesione sociale e della qualità della vita associata. L’uno-due per mille è una percentuale irrisoria per chi è chiamato a contribuire, ma moltiplicato per lo stock complessivo delle risorse finanziarie del paese può rendere disponibile una somma significativa per interventi di sviluppo strategico.

7. Il presupposto del progetto è che in Italia il Terzo settore ha un potenziale elevato per incrementare l’offerta di servizi e per generare nuova occupazione in ambiti ad alto “impatto civico”, ovvero in aree critiche per la tenuta del tessuto sociale (istruzione, assistenza, salute, cultura, integrazione). Il trend degli ultimi quindici anni ha indicato una crescita costante del settore, sia in termini occupazionali sia quanto agli ambiti di attività. Oggi in Italia operano quasi 350mila organizzazioni nonprofit, che danno lavoro a circa 1 milione di dipendenti, soddisfano i bisogni di oltre 7 milioni di utenti e si rivolgono a 20 milioni di “destinatari dei servizi con specifico disagio” (Istat 2011). Il fatturato complessivo supera i 70 miliardi di euro e rappresenta poco meno del 5 per cento del pil nazionale. Dall’inizio della crisi è l’unico settore ad essere cresciuto costantemente, con un +50 per cento di occupati e fatturato in quindici anni. Inoltre, gran parte delle analisi che riguardano il futuro del lavoro segnalano che questa tendenza è destinata a rafforzarsi. In un contesto di progressiva automazione e digitalizzazione le occupazioni rivolte alla cura della persona e all’aiuto sociale saranno con molte probabilità quelle destinate a svilupparsi maggiormente. E rispetto alle quali occorrerà uno straordinario sforzo di formazione e di ideazione di nuove forme di organizzazione e tutela.

8. L’uno per mille della ricchezza finanziaria degli italiani, pari a circa 5 miliardi di euro (o 10 miliardi, nel caso si applichi il due per mille), consentirebbe di finanziare un piano strategico per sostenere significativamente la crescita di questo settore labour-intensive, sostenere gli investimenti destinati a potenziare l’offerta di servizi e la qualità dei lavoratori e per favorire l’accelerazione della sua trasformazione imprenditoriale, già peraltro in atto. Un fondo strategico per l’occupazione sociale potrebbe investire nel potenziamento delle organizzazioni nonprofit, aumentandone la portata occupazionale. Intervenendo sul finanziamento di imprese e organizzazioni sociali, un piano straordinario per l’occupazione nel sociale sarebbe in grado di raddoppiare in pochi anni il numero di addetti del terzo settore, producendo servizi di utilità sociale che migliorerebbero le condizioni di vita di persone oggi in condizioni di grave disagio e quindi anche il benessere collettivo e favorirebbero un maggiore livello di coesione sociale.

9. Un tale fondo andrebbe gestito tramite l’intervento di soggetti nazionali, nonprofit, di diritto privato e vigilati dallo Stato, per garantire omogeneità, rapidità e efficacia di esecuzione. Fondazione Italia Sociale è il prototipo del genere di soggetti che potrebbero farsi carico della realizzazione del progetto: la capacità di operare con spirito e modalità imprenditoriali è infatti una condizione altrettanto determinante della natura non lucrativa e della finalità di accrescimento del benessere sociale.

10. Questa iniziativa va considerata complementare ed aggiuntiva rispetto ad altri interventi. Le sue dimensioni sono significative rispetto all’obiettivo di rafforzare il contributo dell’economia sociale allo sviluppo del paese, ma con la consapevolezza che rappresenta solo una parte, anche se potenzialmente molto qualificante, del percorso necessario all’Italia per superare i suoi problemi di crescita. D’altra parte, l’impegno richiesto ai cittadini italiani sarebbe modesto (al limite del ridicolo*) e certamente meritevole del loro sostegno, perché potrebbero beneficiare dei vantaggi che ne deriverebbero in termini di maggiore coesione e migliore qualità del clima sociale. Il fondo non si sostituirebbe agli attuali strumenti di contrasto della povertà (ad es reddito di inclusione o di cittadinanza) perché sarebbe diretto principalmente al potenziamento dell’offerta di servizi e alla creazione di posti di lavoro, e avrebbe come destinatari gli enti che assumono (e non direttamente i soggetti individuali). A differenza inoltre degli strumenti attuali, la copertura del costo non graverebbe sul bilancio dello Stato ma verrebbe sostenuta dalle risorse finanziarie dei cittadini, con un evidente beneficio per la finanza pubblica e un vantaggio ai fini del rispetto dei vincoli europei. Eventualmente tale fondo, in quanto complementare al reddito di cittadinanza, potrebbe anche consentire una rimodulazione finanziaria di quest’ultimo con un minore impegno del bilancio pubblico.

(*)

 

Una Tabella per capire:

Asset Finanziario (euro)Uno per mille (euro)
100.000100
500.000500
1.000.0001.000
10.000.00010.000
100.000.000100.000