Vincenzo Manes

Fondazione Italia Sociale: una Fondazione per il Bene Comune

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Con la pubblicazione dello statuto in Gazzetta Ufficiale la Fondazione Italia Sociale non è più soltanto un’idea. Dopo un lungo percorso legislativo, intrecciato con la riforma del Terzo settore, il progetto prende finalmente avvio. L’Italia avrà, per la prima volta, uno strumento simile a quanto esiste in altri paesi, nei quali sollecitare l’uso di risorse private per affrontare problemi sociali è una priorità nazionale e non un compito affidato esclusivamente alla buona volontà dei singoli cittadini.

La filantropia in Italia oggi

La filantropia in Italia non è un settore molto sviluppato. E non certo per mancanza di ricchezza finanziaria, visto che rispetto al reddito disponibile in Italia è più alta di quella dei paesi dell’area euro e inferiore solo a USA, Giappone e Regno Unito. Le ragioni dello scarso sviluppo filantropico sono altre. Su tutte però una è particolarmente radicata: l’incrocio tra una forte ideologia pubblico-centrica e il retaggio di una cultura che tende a preferire gli ambiti locali, a livello di singola associazione, parrocchia, o quartiere.

Quando si tratta di sociale nel nostro Paese tende a prevalere una visione strabica. Ai grandi problemi deve pensare lo Stato, mentre la mobilitazione dal basso riguarda perlopiù gli interventi che ci toccano individualmente, da vicino. Siamo filantropi di vicinato, disposti a impegnarci laddove inciampiamo in prima persona nel bisogno e quando siamo rassicurati dal fatto di poter controllare a vista l’utilizzo delle risorse. Una filantropia discreta e poco incline a mettersi in mostra, perché preferisce agire su piccola scala.

Niente di male in tutto questo. Al contrario, è il segnale di una disponibilità diffusa, fatta di piccoli atti che rifuggono l’esibizione. Una generosità popolare, che non ama le intermediazioni e si mobilita sui territori (e, per fortuna più raramente, di fronte a grandi calamità nazionali). Ma questa filantropia di prossimità mostra limiti sempre più evidenti.

La tacita ripartizione degli interventi nel sociale tra Stato e cittadini, il primo orientato ai problemi di grande scala e i secondi alla gestione delle necessità locali, oggi mostra la corda. Poteva funzionare in tempi di welfare espansivo e bilanci in crescita, quando il settore pubblico riusciva ancora a farsi carico dei bisogni emergenti. E quando le esigenze a livello locale potevano essere affrontate in modo puntuale anche da parte di piccole comunità, perché non troppo complesse e soprattutto non interconnesse con fattori di scala più ampia.

Terzo Settore: filantropia e crescita occupazionale

Questo schema è insufficiente invece ad affrontare situazioni – come quelle che oggi prevalgono - in cui anche le soluzioni locali hanno bisogno di essere pensate in un quadro nazionale (un esempio per tutti, la gestione degli immigrati). E dove la complessità dei bisogni richiede innovative capacità che difficilmente possono maturare in contesti frammentati. Come nel caso della creazione di nuovi modelli di welfare in grado di integrarsi con l’intervento pubblico, da un lato, e il welfare aziendale, dall’altro. Un ambito nel quale c’è una grande domanda di nuove soluzioni, e in cui per il terzo settore si aprono ampi spazi di crescita, anche occupazionale. Perché il settore dei servizi alla persona e sociali sempre di più sarà una fonte di nuovi posti di lavoro, meno a rischio rispetto all’avanzata dell’automazione.


Gli esempi di questo tipo si potrebbero moltiplicare. Il problema è di incoraggiare la ricerca di soluzioni ai maggiori problemi sociali del nostro tempo attingendo alle risorse della società stessa. Non nel nome di un’ideologica riduzione dello Stato ai minimi termini, ma per una visione progressista che si fonda sull’impegno per il bene comune come responsabilità di tutti.


Se vogliamo dare una risposta efficace ai nuovi bisogni sociali, all’azione pubblica va aggiunto un supplemento di azione dei cittadini. Il tema fondamentale è quello di aggregare le energie che emergono dal basso e orientarle verso la soluzione di sfide sempre più complesse. Per intervenire su questioni sociali di grande impatto dobbiamo affiancare alla tradizionale filantropia di vicinato una moderna filantropia di scala-paese. Filantropia nel senso più ampio e più alto, come cura condivisa del bene collettivo a prescindere dalla prossimità e dall’interesse locale. Rafforzando il ruolo del terzo settore come motore di crescita.

Questo significa sollecitare più risorse e più competenze. Mettere in campo strumenti nuovi per l’innovazione in campo sociale. Rafforzare la capacità organizzativa del terzo settore. Promuovere la collaborazione tra associazioni di volontariato e imprese sociali. Sostenere la valutazione dei risultati e degli impatti. Far crescere un’imprenditorialità nonprofit che metta al servizio del sociale il meglio della cultura gestionale e tecnologica del settore privato. Mobilitare la ricchezza degli italiani per scopi di pubblica utilità.


Fondazione Italia Sociale


La Fondazione Italia Sociale è un tassello di questo disegno. È uno strumento in più, che mancava e ora si aggiunge a quelli esistenti. È un approccio che avvicina il nostro paese alla realtà di altre esperienze internazionali, che ci hanno preceduto su questa strada. Perciò è motivo di soddisfazione, dopo averne promosso l’idea, vederne l’avvio.


La Fondazione, in particolare, si occuperà di sostenere il Terzo settore con le risorse addizionali che servono a proporre soluzioni sempre più efficaci ai problemi sociali del paese.  Il modello è quello di un fondo strategico per il paese, costituito con donazioni in prevalenza private. Per promuovere progetti d’impatto nazionale che richiedono ingenti risorse e si pongono obiettivi di lungo periodo. Senza finalità di lucro e senza obbligo di remunerare investitori. Con uno spirito di investimento civico, per migliorare il benessere sociale nel nostro paese.


Non è l’iniziativa di pochi imprenditori-filantropi o di un ridotto gruppo di grandi imprese impegnate in programmi di responsabilità sociale. Non è un’invasione di campo della finanza nel sociale. È un progetto-paese, aperto a chiunque voglia impegnarsi. Intende agire con effetto moltiplicatore, promuovendo tra tutti i cittadini la raccolta di risorse da dedicare alla cura del bene comune. È una chiamata a ciascuno perché contribuisca alla soluzione di problemi che toccano tutti. Perché dal benessere collettivo dipende anche il benessere individuale. E non c’è crescita economica durevole senza sviluppo sociale. Sta qui il cuore di una nuova visione che ci faccia guardare al futuro con meno ansia.


di Enzo Manes