Vincenzo Manes

Il ruolo non marginale dell'impresa sociale in Italia

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Il ruolo non marginale dell’impresa sociale in Italia.

di Vincenzo Manes

Con un tasso di disoccupazione del 12,7% (febbraio 2015), che per i giovani sale al 42,6, e una finanza pubblica che non lascia alternative ad una politica di revisione della spesa, in particolare nel settore del welfare, il discorso sull’impresa sociale assume in Italia contorni che non coincidono con le esperienze di cui parlano Martin ed Osberg nel loro articolo. E non certo perchè i casi citati non siano significativi.

Il tema di un‘economia che rispetti i diritti dei soggetti più deboli e sia ispirata a principi di equità è ben argomentato e gli esempi sono efficati: che si tratti di evitare lo sfruttamento del lavoro minorile nella produzione di tappeti in India o della restituzione alle popolazioni tribali amazzoniche del potere di decidere sull’uso delle proprie risorse naturali. Così come indiscutibile, anche se certo non è un’osservazione nuova, è anche il ruolo della tecnologia. In particolare appare realistica la considerazione che nei paesi in ritardo di sviluppo le trasformazioni potrebbero essere accelerate usando tecnologie low tech o comunque non allo stato dell’arte che i sistemi più industrializzati tendono a trascurare. Anche se forse la straordinaria diffusione della telefonia mobile nei paesi più poveri, con utilizzi a volte più innovativi rispetto a quelli ricchi, dovrebbe far riflettere.

Ma questo approccio va collocato nel suo contesto in quanto esempio dell’evoluzione in atto nella filantropia nord-americana. La Skoll Foundation nasce infatti da un imprenditore della internet economy che ha avvertito l’esigenza di restiruire parte del patrimonio accumulato per indurre processi di cambiamento a beneficio dei più svataggiati, specialmente nei paesi in via di sviluppo. E che ha visto nell’imprenditorialità sociale lo strumento più adatto al suo scopo perchè coniuga passione civile, apertura all’innovazione (specialmente tecnologica) e rispetto delle regole di efficienza economica, indispensabili per rendere sostenibili le attività promosse senza ricorrere al denaro pubblico.

Casi simili nel nostro Paese sono piuttosto rari, perchè non capita con la stessa frequenza delle altre grandi economie capitaliste in tempi brevissimi si formino ingenti fortune e che i protagonisti di questi successi sentano la pressione sociale a donare parte (non trascurabile) di quanto accumulato. Sarebbe lungo spiegarne il motivo, ma qui mi preme soprattuto un’altra questione. Guardando all’Italia, la pratica di un social venture che, come scrivono Martin e Osberg, “sono in grado di affrontare problemi troppo circoscritti per stimolare l’intervento del legislatore o attrarre capitali privati” non corrisponde a mio avviso alla situazione e alle esigenze del Pease. Nella sua dimensione imprenditoriale il Terzo Settore italiano è piuttosto chiamato a seguire la strada opposta: deve misurarsi con problemi di grande impatto sociale e deve essere in grado di sollecitare ed orientare sia l’azione legilativa sia il capitale privato. Un compito quindi tutt’altro che marginale e residuale, da giocare attivamente a fronte dei limiti che oggi restringono tanto il campo di azione dello Stato quanto quello delle imprese for profit.

Non a caso in Italia preferiamo parlare di impresa sociale anzichè più genericamente di imprenditorialità. Perchè l’accento, indipendentemente dalla forma giuridica, è posto sulla produzione di beni e servizi da parte di organizzazioni stabili che operano (e reinvestono i propri utili) per perseguire finalità sociali. E’ un’articolazione del sistema economico e non una semplice attitudine individuale che, su base volontaria, riempie gli interstizi lasciati liberi dallo Stato e dal mercato. La frontiera che queste imprese devono presidiare è innanzitutto quella interna, senza nulla togliere alla rilevanza delgi interventi di cooperazione internazionale allo sviluppo. Maggiori sono i problemi di natura sociale che l’Italia deve affrontare - dall’assitenza socio-sanitaria alla formazione, dalla gestione di beni culturali e ambientali al riuso di proprietà pubbliche dismesse - più grande e importante è il ruolo che le imprese sociali sono chiamate a svolgere. Da queste organizzazioni, e più in generale dall’economia sociale, ci si deve aspettare un contributo rilevante in termini di creatività, di occupazione, di qualità dei servizi e di cura delle comunità.

Per questo motivo in Italia il discorso sull’impresa sociale non può limitarsi alle iniziative di imprenditori illuminati o ai programmi di responsabilità sociali di un pugno di grandi imprese. Nè può essere un tema rispetto al quale l’intervento pubblico viene lasciato in secondo piano, come avviene per i social venture di stampo anglosassone. Se vogliamo che il potenziale dell’economia sociale si esprima pienamente, per produrre risposte all’altezza dei cambiamenti di cui il Paese ha bisogno, serve una strategia nazionale, che conti sul sostegno del Governo, in cui far convergere risorse pubbliche e private. Una strategia capace di promuovere progetti di grande impatto, aggregando e facendo crescere la molteplicità di esperienze che popola il “campo di fragole”. Riconoscendo all’economia sociale il ruolo, per nulla marginale, che le spetta.

Vincenzo Manes.