Vincenzo Manes

La parola al fondatore Vincenzo Manes

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ARTE PER SENTIRSI BAMBINI

Artisti e ragazzi affetti da gravi patologie in dialogo: è il progetto Art Factory di Dynamo Camp. Un esperimento d’impegno sociale unico in Italia

Di Marco Bazzini

Un luogo magico nel cuore dell’Appennino pistoiese, un’area verde di 900 ettari che include un’oasi affiliata WWF, è lo scenario che ospita Dynamo Camp Onlus, il primo camp di terapia ricreativa in Italia che accoglie gratuitamente per periodi di vacanza bambini e ragazzi dai 6 ai 17 anni, assieme alle loro famiglie, affetti da patologie gravi e croniche con alle spalle lunghe degenze ospedaliere. Un’organizzazione impegnata a rispondere a un bisogno troppo spesso ignorato da chi non ne è coinvolto, ovvero la necessità di fare sentire “semplicemente bambini” i moltissimi minori che per gli effetti della malattia e delle cure vivono un’adolescenza amputata di spensieratezza e allegria. L’esperienza si concentra sulla scoperta di nuove potenzialità grazie alle molte attività svolte durante il soggiorno: tra queste l’Art Factory, un progetto nato nel 2009, in cui artisti famosi soggiornano al Camp assieme ai bambini. Vincenzo Manes, fondatore di Dynamo Camp, presidente di una multinazionale del rame e da sempre impegnato nello sviluppo del terzo settore, racconta quest’esperienza in cui l’arte riassume la sua primaria funzione.

Dopo sei anni di attività, l’arte cosa ha aggiunto al Camp?

“Sicuramente bellezza alla bellezza, sia del luogo sia del clima tra le persone, proprio perché gli artisti sanno dare qualcosa in più. Hanno portato un arricchimento per tutti, non soltanto per i ragazzi, ma anche per lo staff e i tanti volontari. Poi sono nate splendide opere, uniche perché realizzate a quattro mani con i bambini, che per noi sono diventate un modo diverso di dialogare con l’esterno”.

Invece di realizzare dei tradizionali laboratori d’arte avete scelto di lavorare direttamente con gli artisti.

“Non ci interessa promuovere un’attività pedagogica, ma piuttosto poter far esprimere i nostri ospiti con linguaggi diversi e offrire loro la possibilità di vedere il mondo con occhi nuovi. Anche l’Art Factory deve essere un’esperienza divertente, unica, irripetibile. In una settimana i bambini devono poter conoscere occasioni di pensiero diverso rispetto alla loro quotidianità e l’arte in questo è uno strumento fondamentale. Vogliamo che fin da subito il loro approccio sia da “piccoli artisti”, che si misurino con la più libera espressione, con la possibilità di creare qualcosa di inaspettato per riscoprire le proprie capacità”.

Art Factory ha anche un aspetto filantropico.

“Più che filantropia parlerei di un suo risvolto rispetto alla sostenibilità economica di tutto il progetto Dynamo Camp. Infatti nella nostra Gallery queste opere sono disponibili a fronte di donazione e da questa attività ricaviamo circa il 7% dell’intera raccolta fondi per tutta la fondazione. Può non sembrare molto, ma ci auguriamo di poter incrementare coinvolgendo sempre più appassionati d’arte. Agli artisti chiediamo di donare il loro tempo e la loro sensibilità. Per i ragazzi, informati che questa loro esperienza servirà anche a far arrivare altri loro coetanei, è un motivo di orgoglio e li fa sentire ancora più felici: è il loro dono a Dynamo. Si attiva così quel circolo di dare, ricevere e restituire che è alla base di ogni relazione e di una più giusta economia sociale”.

L’arte, allora, può rispondere ai bisogni sociali.

“Credo che sia la sua funzione primaria e forse dovrebbe ritrovare anche il lato etico e non solo quello estetico. Mi piacerebbe vedere sempre di più le organizzazioni sociali fondamentali come gli ospedali, la scuola, gli uffici pubblici trasformarsi in strutture aperte proprio grazie all’arte, dove non si entra solo per uno scopo. In questo momento come fondazione stiamo sperimentando la possibilità di spostare all’esterno la nostra esperienza con il progetto Dynamo Off Camp così da arrivare proprio in quei luoghi dove l’arte dovrebbe tornare a stare. Tuttavia, il mio grande sogno sarebbe quello di creare un museo di arte contemporanea sul tema arte e sociale, che sappia raccontare quanto è stato fatto, ma soprattutto che possa essere luogo di stimolo alla diffusione di questo centrale binomio, per un nuovo e diverso sviluppo della collettività”.