Vincenzo Manes

La proposta di Vincenzo Manes: cambiare il Paese con l'Iri delle eccellenze

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Manes: cambiare il Paese?
Sì, con l'IRI delle eccellenze
di PAOLO ERMINI

Un “progetto Italia”, una sorta di “Iri del sociale” che, come un piano Marshall, finanzi con 30 miliardi di euro interventi sul paesaggio, l'arte, la ,bellezza, il sociale. E l'idea di Enzo
Manes, presidente di Intek-KME. E su Firenze: “lo l'avrei pedonalizzata tutta”.

“Un milione e mezzo di assunti,con una Iri delle eccellenze”

Manes: cambiare l'Italia si può, serve un fondo di 30 miliardi
Se io fossi stato al posto del sindaco, avrei chiuso tutta Firenze al traffico. Una città “verde”: bici, bus elettrici, taxi.
di PAOLO ERMINI

Enzo Manes, presidente Kme, è da pochi giorni Cavaliere del lavoro. Che effetto fa ricevere questo riconoscimento nella crisi dell'economia e del lavoro?
“La soddisfazione principale è nelle motivazioni, è nominata anche l'esperienza di Dynamo Camp. Penso che abbia pesato anche la soluzione dei problemi di Kme, una soluzione,
credo, a favore dei lavoratori”.

Confindustria parla di una perdita del 15% della capacità industriale in Italia. Come si esce dalla crisi, nazionale e regionale?
“Non vedo una specificità toscana: è un problema nazionale. Il totem della crescita è una stupidaggine. Non esiste la possibilità di crescere nè per decreto nè per riforme: la cosa da cui
oggi bisogna ripartire è il lavoro. Non ci può essere nessuna crescita, nessuna ristrutturazione se non ci mettiamo in testa che l'unica cosa da fare è un piano Marshall per il lavoro”.

Un piano Marshall (il piano di aiuti per la ricostruzione dopo la Seconda Guerra Mondiale,ndr) senza i soldi degli Usa?
“Partiamo da ciò che è rimasto del manifatturiero. Bisogna puntare su tutte le eccellenze. Uno degli errori principali, quando si parla di Germania, è affermare che il suo successo sia
dovuto alla produttività. Invece dipende dal fatto che lì si producono beni qualitativamente migliori che in altri Paesi”.

Che peso hanno, sulle possibilità di ripresa, produttività e costo del lavoro?
“Zero. Il cuneo fiscale è importante, ma quando hai prodotti eccellenti, quote di mercato, qualità di prodotto e prezzo, tutto viene meno”.

Un piano Marshall per la qualità?
“Bisogna continuare a investire sulle eccellenze e sulla qualità esistente. Non si può pensare che con le start up tecnologiche si recuperino milioni di posti di lavoro. Una volta persa
l'occupazione, ed è successo anche negli Usa, non la recuperi neanche se ritorni a crescere. Il piano Marshall che ho in mente dice: io devo far lavorare delle persone, devo investire in tutto
quello che è potenzialmente qualità e eccellenza di questo Paese e in quello che gli altri non hanno: arte, cultura, turismo, sociale, paesaggio. Un Progetto Italia. Ho provato a fare i
conti. Con una tassa di 30 miliardi di euro l'anno, potresti far lavorare un milione e mezzo di persone. Al servizio del Paese. Pensi al vantaggio che potremmo avere per l'economia, il fatto
di rimettere a posto il Paese, il suo patrimonio. Abbiamo questo maledetto retaggio, pensiamo di essere il Paese più bello del mondo: baggianate, lo dico da persona che ha viaggiato
in tutto il mondo. Siamo il Paese più bello del mondo nelle nicchie, nelle vecchie città che non abbiamo creato noi ma qualcun altro centinaia di anni fa e che non sappiamo mantenere.
Fuori da quelle mura è un disastro. Andate a Londra. Nei parchi ci sono sedie e sdraio, si siede il miliardario come l'operaio. Pagando, poco. Questo è democratico”.

Resta il problema di come finanziarlo.
“Con una tassa di solidarietà per il lavoro: su patrimoni o ricchezze più alte o pensioni più alte. Una tassa per finanziare un fondo a parte che non vada nel bilancio dello Stato, costruire una "IRI del sociale", investire in capitale umano. Io vedo cosa Ë successo con Dynamo Camp”.

Come nasce l'idea di Dynamo, il centro di Limestre che ospita bambini malati?
“Per egoismo: volevo fare qualcosa per me stesso, misurarmi in una dimensione che per me è, nel senso più bello della parola, politica. Fare qualcosa per gli altri che andasse al di là di
quella cerchia che è il lavoro e la famiglia. Noi italiani siamo fortissimi ad avere queste due enclave che sono l'impresa e la famiglia, poi quando usciamo e chiudiamo il portone di casa ... “

Dynamo è un seme che porterà altri germogli oppure resterà testimonianza?
“Secondo me è un seme importante. La cosa che mi piace è che sia un esempio positivo e che la gente possa copiarlo. E un modello di impresa sociale che fai i conti con organizzazione
e risorse. Ed ha un effetto allargato: non ospita solo 1.600 bambini, ma fa lavorare 60 persone, ha recuperato un'oasi naturale ...

Lei parla di responsabilità sociale delle imprese. Ma siamo in una regione in cui lo stesso concetto di profitto viene visto ancora come un fattore negativo.
“In tutta Italia si identifica il profitto come nemico, ma siamo il Paese con il più alto tasso di imprese individuali. Con il rischio di avere, alla fine, imprese troppo piccole. Però l'istituzione impresa oggi credo sia quella che forse ha la maggiore forza per affrontare un percorso diverso”.

Anche la sua azienda, la Kme, ha passato una fase di crisi. L'avete affrontata con un innovativo, per l'Italia, accordo, sindacale.
“Non era scontato riuscirci. E’ la dimostrazione che come in tante altre cose di queste Paese la confrontation puramente ideologica non porta a niente. Ci siamo confrontati con le organizzazioni
sindacali, tutte: in modo sereno”.

L'aspetto più innovativo dell'accordo è la trasparenza. I lavoratori possono periodicamente verificare tutto della Kme: è la porta verso la cogestione dell'azienda con i sindacati, come in Germania?
“La cogestione- quella tedesca, dove i sindacati siedono nei Cda- è cosa diversa ma si potrebbe fare anche in Italia. Se l'interesse è quello di far andare bene l'impresa, la presenza
dei sindacati in Cda non cambia nulla. Anzi, è meglio, perchè sanno esattamente quello che fai. Ti fidi dell'altra parte, fino a prova contraria. Cosa che invece non passa, in questo Paeese.
In politica, nell'impresa, nel giornalismo. E un nostro problema culturale”.

Come si è arrivati, a questo accordo?
“Con le solite procedure. E con una discussione seria tra gente seria, che si è messa lì e ha detto: questi sono i numeri, queste le situazioni, questo quello che abbiamo investito. Non abbiamo preso un euro di dividendo negli ultimi otto anni, l'azienda ha investito 200 milioni di euro e quindi dobbiamo fare insieme un percorso che fino a adesso abbiamo fatto purtroppo da soli. Abbiamo chiesto sacrifici: chiedere di rinunciare a 120 euro al mese a chi ne prende 1.500 è una cosa estremamente rilevante. Una sconfitta, non una vittoria. Tolto il confronto ideologico, una soluzione l'abbiamo trovata”.

Il presidente nazionale di Confindustria Squinzi ha detto: “Abbiamo dato fiducia al governo Letta, speriamo di aver fatto bene”. Quanto deve durare questo governo?
“E’ un dibattito per chi non è interessato al futuro del Paese. C'è bisogno di un governo che faccia le cose e ora l'unico modo per farle è farle insieme”.

Parliamo dell'aeroporto di Peretola: come sta il paziente?
“Prima di tutto, non è un paziente. Il problema è che troppa rappresentanza uccide l'interesse comune. Troppe teste, troppe diversità di interessi, privati, pubblici, locali. Alla fine ci vuole, invece, una direzione unitaria”.

Arriveremo a potenziare l'aeroporto?
“Assolutamente sì”

Il presidente della Regione Enrico Rossi dice: o la maggioranza approva il Pit o si va tutti a casa.
“Giusto: è una scelta politica il governatore ha interesse che ci sia una Regione, non solo una città, che funzioni e quindi a fare un aeroporto degno di questo nome”.

II disegno di integrare Adf (Firenze) con Sat (Pisa) può affrettare i tempi?
“In un Paese normale una fusione nascerebbe subito, per l'aeroporto unico della Toscana. E’ un problema di Firenze, di Pisa, di Roma ... la maggior parte degli scali italiani è disastrata”.

Da presidente di Adf non è riuscito a smuovere niente?
“No. Zero. Ci ho provato, ma fintanto che c’è una gestione mista pubblico-privato, in cui il privato non ha la maggior parte dei poteri, non puoi fare assolutamente nulla. Io non avevo voce
in capitolo”.

Lei è una delle personalità più vicine al sindaco Renzi ...
“No, sono suo amico”.

Diciamo amico.
“Non mi piace il senso di "vicinanza": è un concetto sbagliato. Meglio un rapporto d'amicizia, di stima e comunque di critica”.

C’è un aspetto dell'amministrazione Renzi che l'ha particolarmente colpita in positivo, e uno che invece l'ha delusa?
“Mi vuoi far litigare (ride, ndr). Sulla politica, io penso che Matteo sia, dico quello che dicono nel Pd ... una grande risorsa”.

Una bella stroncatura ...
“Ma no! Quel che mi piace di più di Matteo è "pensiero positivo", per un Paese stimolo e fattore di crescita. Avere un primo ministro di 38 anni con idee da 38enne sarebbe un messaggio
internazionale di fiducia e di speranza”.

Meglio aspirante premier che sindaco?
“Se fossi stato io il sindaco avrei avuto molto più coraggio: Firenze verde dal primo giorno, solo mezzi elettrici, bici e pedoni”.

Poi però servono i mezzi pubblici.
“Certo. A New York il taxi costa zero perché ce ne sono molti di più. E, onestamente, per passare da una parte all'altra di Firenze, senza traffico, ci vogliono 17 minuti. E necessario un
cambio di mentalità”.

Le pedonalizzazioni erano anche un tentativo di far cambiare mentalità ai fiorentini. Non sembrano molto riuscite ...
“Sono d'accordo, però se tu chiudi tutto il centro di colpo ti funzioneranno gli autobus, ti funzioneranno le rastrelliere, mentre se resti nel limbo non funzionerà mai niente”.

Ma per governare occorre il consenso.
“Governare è prendere decisioni. Se dimostri che fai le cose per l'interesse collettivo, alla fine convincerai che staranno meglio tutti. E la cosa più democratica che c’è”.

Ma gli imprenditori possono fare di più per aiutare Firenze?
“Tanto. L'imprenditore che fa un passo in più e aiuta la città aiuta anche se stesso”.

Lei è tra i principali finanziatori del Maggio musicale fiorentino. Questa città ha fatto tutto il possibile per salvare il suo teatro?
“Si può fare un po' di più”.

Si salverà il Maggio?
“Il Maggio può diventare un'impresa sociale e essere in equilibrio economico. Che programmazione puoi fare quando sei sempre sotto stress da un punto di vista di costi e ricavi, tutti gli anni? Nessuno. Quindi, prima i conti a posto. Ma in Italia ci sono 17 teatri lirici, alcuni a 100 chilometri uno dall'altro; bisogna fare sistema, fare cose insieme; quantomeno una holding
che gestisca i servizi per tutti. Non dimentichiamoci la forza dell'Opera: in Giappone, la mia traduttrice aveva imparato l'italiano grazie all'Opera, una potenza incredibile che può diventare
anche un business globale”.

Firenze ha dalla sua la forza del brand. E’ più facile che arrivino nuovi investitori dall'estero o, per la situazione di cui si è parlato finora, anche del Paese nel suo complesso, è più facile che le multinazionali che già ci sono se ne vadano?
“Bella domanda... Dipende dalla qualità sempre. L'importante è che valga la pena di investire. Guardi cosa è successo con l'acquisto del Four Seasons da parte dell'Emiro del Qatar:
l'hotel è eccellente, lui tira fuori 150 milioni e lo compra. E’ tutto un problema di qualità delle cose che hai, non è un "problema Paese”.

Nel domani di Vincenzo Manes c’è Firenze o no?
“Non lo so dire. Io vivo a Milano, non a Firenze. Però, se dovessi immaginare un futuro, mi piacerebbe immaginarmi a fare mille Dynamo. In Italia. E, perchè no, a Firenze.