Vincenzo Manes

La reputazione dell’Italia e lo Spread Civico

Messaggio di errore

Notice: Undefined variable: is_front in eval() (linea 2 di /home/evincenp/public_html/modules/php/php.module(80) : eval()'d code).

Si parla molto di spread come misura della stabilità economica del nostro Paese, confrontando il rendimento dei titoli di Stato italiani con quelli tedeschi. In questo articolo pubblicato il 7 gennaio sul Corriere della Sera e sulla realtiva piattaforma web, Vincenzo Manes suggerisce una nuova interpretazione del concetto di "spread" mettendo al centro non solo i risultati di industria e commercio ma anche il senso civico di una nazione, la qualità della sua classe dirigente, la capacità di cooperazione e solidarietà delle parti sociali. Quella nozione di "bene comune" messa in crisi dall'evoluzione socio-economica degli ultimi che sembra anteporre l'interesse individuale al collettivo, quasi fosse l'unica strada per lo sviluppo economico. Valori chiari nella mente degli italiani negli anni del Dopoguerra, quando il Paese è stato ricostruito con uno straordinario sforzo di coesione, alimentato da senso di solidarietà e coscienza comune. Come gettare allora le basi di un nuovo Miracolo Italiano?

Lo spread è diventato uno degli indicatori più usati per valutare lo stato di salute dell’economia italiana. Lo stesso ministro dell’Economia esprime preoccupazione per il livello che ha raggiunto. Le pagine dei giornali sono piene di commenti che ne registrano ogni variazione negativa. Ma perché invece sono così poche le voci che si levano per far presente il rischio che stiamo correndo in termini di «spread civico»? La credibilità dell’Italia non si misura solo in termini di allargamento della distanza che separa il rendimento dei nostri titoli di Stato da quelli tedeschi. O meglio, la tenuta economica del Paese, inclusa la capacità di restituire i prestiti alla quale lo spread è così sensibile, non dipende da cause arcane e note solo agli esperti di finanza. Lo spread misura il livello di fiducia che altri Paesi hanno nei confronti del nostro sistema, che è fatto non solo di imprese e commerci ma anche di qualità del governo, della classe dirigente e della società civile. Per questo motivo lo spread civico, ovvero l’illusione che si possa perseguire l’interesse individuale a scapito dell’interesse di tutti, dovrebbe preoccuparci, eccome. Perché è una delle concause che pregiudicano la stabilità del Paese e la sua reputazione internazionale.

L’idea alla base è semplice ma non scontata. Cittadini non si nasce, si diventa. Tuttavia, alimentare un sentimento civico è difficile. A volte è la storia a incaricarsene, sotto la spinta di avvenimenti che generano un senso di appartenenza civica. È avvenuto negli anni della Ricostruzione, quando il Paese si è ripreso dalla guerra e si è impegnato in uno sforzo straordinario di coesione e sviluppo, suscitando un senso di solidarietà e la coscienza di una direzione comune. Anni in cui lo sviluppo sociale e la crescita economica sono state due facce della stessa medaglia. Ma poi la spinta si è affievolita fino a perdersi. Sono state molte le cause che hanno scolorito e quasi cancellato la nozione di bene comune. È stato un fenomeno non solo italiano, che ha accompagnato la diffusione di un’idea di benessere individuale in cui non sentivamo di aver bisogno gli uni degli altri. L’illusione, appunto, che l’interesse personale si potesse affermare in contrasto con l’interesse di tutti. Quasi che l’allentamento dei legami che ci tenevano insieme fosse una condizione necessaria per lo sviluppo economico. Ma ci siamo sbagliati. E le conseguenze oggi sono evidenti nelle forme di vulnerabilità che toccano le persone, le comunità, le stesse istituzioni pubbliche. Vulnerabilità che si traduce concretamente in disuguaglianze crescenti e solitudine dei più deboli, verso i quali sempre meno si è mossi da un senso di solidarietà.

La domanda è dunque come ripetere quel miracolo, al tempo stesso economico e sociale, con cui la generazione del Dopoguerra ha cambiato in meglio l’Italia. Perché i problemi che dobbiamo affrontare non troveranno soluzione senza una rinascita di spirito civico. È illusorio pensare che il problema del deficit pubblico si possa affrontare senza fare i conti con l’altrettanto oneroso deficit civico. Dobbiamo imparare di nuovo a sentirci coinvolti in un’impresa collettiva, a impegnarci nel proteggerci a vicenda dai rischi e dalle difficoltà. Ricostruendo un noi, un senso di ciò che siamo come cittadini e di ciò che dobbiamo gli uni agli altri. Essere popolo è avere una coscienza civica comune: condividere una visione e un senso di responsabilità. E tutto questo non nasce da un’appartenenza etnica o di sangue ma dall’impegno comune a rendere abitabile la realtà in cui viviamo insieme. Senza cancellare le differenze ma piuttosto valorizzandole per trascendere le appartenenze identitarie. Unendo il Paese attorno all’idea che solidarietà, senso del dovere e sviluppo non possono che procedere insieme. Come dimostra il fatto che in tutto il mondo le realtà più innovative e di maggiore sviluppo, anche economico, sono anche le più aperte e solidali. Sono realtà in cui il godimento dei diritti è in relazione diretta all’impegno di ognuno a compiere il proprio dovere, anche civico. A dimostrazione del fatto che il comportamento di chi si prende cura del bene comune genera una forza coesiva che estende i propri effetti positivi anche in termini di benessere economico. Mentre la condotta di chi si chiude in difesa dei propri interessi prima o poi si rivela un pessimo affare anche rispetto alle aspettative individuali. Curare l’interesse di tutti fa bene anche agli interessi di ognuno. Questa è la semplice idea che dovremmo contribuire a rendere normale.

Enzo Manes