Vincenzo Manes

La sfida delle imprese sociali per creare lavoro: la proposta di Vincenzo Manes

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“La sfida delle imprese sociali” Firenze e la strategia per il futuro: parla Vincenzo Manes

“Le imprese sociali e l'industria della bellezza. Solo così si crea lavoro”

Vincenzo Manes: “Firenze può essere laboratorio”

La Nazione ha raccolto la sollecitazione del presidente dell'Osservatorio Giovani-Editori Andrea Ceccherini per un confronto sul futuro della città. Oggi a dare le sue ricette per la crescita di Firenze è Vincenzo Manes,presidente e A.D. del gruppo Intek, che controlla la multinazionale del rame Kme. Manes è anche presidente della Fondazione Dynamo.
Nella galleria dei protagonisti del dibattito Lamberto Frescobaldi, Paolo Fresco, il cardinale Giuseppe Betori, Matteo Renzi, Jacopo Morelli, Ferruccio Ferragamo, padre Bernardo Gianni, Giorgio Albertazzi, Piero Antinori, Lorenzo Bini Smaghi, Lucia e Alberto Aleotti, Massimo Messeri, Marco e Leonardo Bassilichi, Paolo Barberis.
di PINO DI BLASIO

Vincenzo Manes, Firenze vive una fase propizia da cogliere. E' convinto, come ha auspicato il presidente di Progetto Città Andrea Ceccherini, che serva un progetto strategico?
“Certo, servirebbe ancora di più un progetto Italia. Quanto al momento, non credo che sia valido solo per Firenze questo vento propizio. E' tutto il Paese che ha davanti a sè opportunità da cogliere, strade nuove da imboccare per tornare a crescere. A meno che non si cada nella trappola, un po' provinciale, che un premier fiorentino debba fare per forza tante cose per la sua città. Firenze deve fare come il resto del Paese: giocare le sue carte”.

Da Richard Ginori-Gucci a General Electric, da Menarini alla stessa Kme pensa esista un modello fiorentino per superare le crisi?
“Penso si tratti di contingenze temporali e di luogo. General Electric è una multinazionale che su Firenze investe da 20 anni, Menarini e Kme sono fiorentine. Forse l'affare Richard Ginori
ha qualche caratteristica speciale. Nel senso che i manager di Gucci hanno compreso subito che quel marchio era un'eccellenza che meritava investimenti per essere rilanciata.”

Mesi fa ha siglato un contratto innovativo. Per salvare i poli produttivi di Kme in Toscana. A che punto è il piano?
“Sta andando avanti, anche se il mercato non ci aiuta. Una caratteristica fiorentina da rimarcare è l'aver avuto interlocutori sindacali che hanno colto la portata innovativa del piano. Oggi stiamo uscendo da Paesi periferici come la Gran Bretagna e stiamo concentrandoci in Italia e Germania”.

Quali sono i punti di forza che dovrebbe avere un piano strategico?
“Il piano per l'Italia, che poi può essere calibrato anche per Firenze, deve basarsi su due settori strategici. Il primo è l'impresa sociale, l'unica in grado di creare occupazione e soddisfare bisogni fondamentali. Educazione, cultura, bambini, anziani, ambiente, sono campi in cui si possono seminare infinite opportunità di lavoro”.

Lei può portare l'esempio di Dynamo Camp…
“Tra Academy, ProDynamo, alimentari e Camp abbiamo 60 occupati a tempo indeterminato e 40 stagionali. Generiamo fatturati e fondi raccolti per 5 milioni di euro. Esempio che si può replicare
in mille altri modi e con mille diverse finalità. Ma deve far parte di un Progetto Paese, assieme agli investimenti nell'altro punto di forza dell'Italia: cultura e turismo. Inutile pensare che il manifatturiero possa produrre ancora altra occupazione”.

Facile dire turismo, il difficile è indicare una strada nuova..
“Non possiamo più illuderci che basti la nostra bellezza per attirare turismo. Il patrimonio, per quanto immenso, va coltivato con cura per farne l'assett straordinario che riempie tanto le nostre bocche e molto meno le nostre casse. Un patto per l'Italia deve esaltare tutte le eccellenze, programmare tutti gli aspetti del turismo e della cultura. Un progetto per il Paese della bellezza, che va molto aldilà di uno slogan da premio Oscar. Deve essere riempito di contenuti, messo in pratica in una città laboratorio come Firenze. L'incubatore ideale per evolvere il nostro codice genetico del bello”.

E' l'unico sistema per creare occupazione?
“Non ne vedo altri. L'industria non può fare di più, oppure può crescere per piccoli numeri. L'economia digitale è per sua natura 'leggera', ha pochi occupati. E i distretti continueranno ad
esportare, ma per recuperare occupazione servono scosse. Non possiamo continuare a illuderci di essere un Paese ricco con un tasso di disoccupazione al 13%”.

Lei è uno degli imprenditori del cerchio magico del premier Renzi. Fu l'allora sindaco a indicarla come presidente di Adf. Cosa pensa della scalata degli argentini sugli aeroporti toscani?
“Una novità straordinaria che finalmente può far decollare Firenze e far crescere ancora di più Pisa. Il problema del Vespucci e del Galilei è che c'erano troppe teste attorno a un pallone. Troppi azionisti diversi, ognuno con i suoi interessi legittimi. Finalmente è arrivato un grande gruppo che avrà la maggioranza e metterà in pratica i progetti di sviluppo. Non so molto di Corporacion America ma so che investirà per il bene della Toscana e supererà conflitti decennali tra gli aeroporti.”

C’è un concorso per studiare il nuovo logo per Firenze, migliaia di creativi lanciano idee che fanno concorrenza a I love NY. Lei come lo vorrebbe un nuovo marchio?
“Bella domanda. Non ho idee, ma un consiglio. Qualunque logo risultasse vincitore la fine, lo farei analizzare da esperti di marketing territoriale. Non può essere lasciato al caso o al genio
estemporaneo di un giovane talento. Perché poi quel logo deve diventare un'icona planetaria, deve essere innaffiato da investimenti robusti per trasformarlo in una calamita mediatica per attirare turisti e imprenditori. E non lo puoi cambiare dopo un anno”.

Quale esca userebbe per attrarre altri grandi gruppi?
“Non ci sono segreti particolari per attirare investitori, le imprese si muovono dove c’è mercato. Il nostro è un mercato maturo, non puoi utilizzare le armi tradizionali, come qualità dei prodotti e innovazione industriale. Si può usare la leva fiscale, imitare gli americani, l'Italia potrebbe lanciare una sorta di condono industriale, decidere di applicare alle aziende che hanno delocalizzato le stesse condizioni degli altri Paesi, offrendo i tanti capannoni abbandonati. Noi dovremo ricreare occupazione anche snellendo la burocrazia e restituendo un po' di certezza al nostro diritto”.