Vincenzo Manes

Terzo Settore - Come attrarre i capitali privati

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TERZO SETTORE

Come attrarre i capitali privati

Risorse pubbliche da usare per sollecitare donazioni, non per spingere la finanza d'impatto di Enzo Manes

Sono stato di recente chiamato in causa da Giovanna Melandri che su questo giornale ha ribadito le sue ragioni a favore degli investimenti ad impatto sociale. Il suo articolo si riassume in una contrapposizione. Da un lato ci sono i nuovi strumenti della finanza sociale, in grado di smuovere ingenti capitali per far crescere imprese sociali e terzo settore, che la sua Human Foundation promuove e su cui ha centrato il lavoro della Taskforce G8 di cui è presidente.

Dall'altro ci sarebbe invece un'impostazione tradizionale e inadeguata, di cui io sarei tra i sostenitori, basata su un dualismo stato-mercato dove al primo spetta la spesa per il sociale mentre il secondo si dedica alla filantropia.

L'intervento si conclude con l'appello al Governo Renzi perchè prenda posizione a sostegno della finanza ad impatto sociale, raccogliendo l'istanza dell'innovazione e delle nuove soluzioni. Altrimenti il rischio è restare prigionieri di spazi troppo angusti e accumulare ritardo rispetto ad altri paesi. Confesso che come consigliere del Presidente del Consiglio per il Terzo settore non mi sento molto a mio agio nel ruolo di frenatore. Tanto più che condivido l'analisi da cui Melandri prende le mosse. Abbiamo un welfare che non può reggersi solo sul bilancio pubblico. La priorità è quindi aprire il Terzo settore all'intervento di capitali privati. Le nostre opinioni divergono però su cosa fare. In particolare, sul ruolo che la "finanza di impatto" può svolgere in Italia.

La mia opinione si riassume in pochi punti.

Primo: gli esempi finora più citati di impact investing riguardano progetti di cooperazione nei paesi in via di sviluppo dove le Ong si sforzano di sperimentare soluzioni la cui efficacia però non è ancora provata. Anche perchè i rendimenti richiesti dagli "investitori sociali" spesso si collocano attorno all'8-10 per cento: non proprio da vero capitale paziente.

Secondo: anche nei paesi più sviluppati la finanza sociale non sembra accontentarsi di "low profit". Un esempio per tutti. L'esperienza dei Social Impact Bond inglesi per il progetto di reinserimento lavorativo dei carcerati di Peterborough è stato portato come esempio di successo ad ogni incontro in Italia e in Europa. Peccato che nessuno abbia commentato la decisione del Ministero inglese di giustizia di sospendere la sperimentazione perchè non ha dato i risultati attesi, in termini di riduzione della recidiva e di remunerazioni degli investitori troppo elevate.

Il Governo di Londra è tornato ai tradizionali contratti di servizio pubblico, più efficaci per rapporto costi-benefici. Con buona pace della finanza d'impatto. D'altra parte, ed è il terzo punto, anche quando la finanza sociale si affida al puro mercato le cose non vanno meglio. Il Social Investment Research Council calcola che tra 2002 e 2013 le operazioni di investimento sociale in UK sono state in tutto 425, per un ammontare di 42 milioni di sterline. Un fenomeno di nicchia più che una travolgente innovazione sociale. Ma più interessante ancora è che queste operazioni hanno perso, nell'arco dell'intero periodo il 9,25% del capitale (non per la crisi, visto che la perdita maggiore, -17,50%, è tra il 2002 e il 2008). Dunque non proprio incoraggiante per gli investitori sociali. Tanto è vero che mentre viene riproposto da noi come ultima novità in fatto di innovazione, in Inghilterra è un modello oggetto di critica.

Infine, quarto punto: se in paesi dove il capitale di rischio è radicato la sua applicazione al sociale produce questi numeri, come si può proporre in Italia? Davvero avrebbe la forza di imporsi fuori da una piccola nicchia?

Tornando al punto iniziale, quindi, riassumerei così: l’ampiezza dei bisogni sociali che attendono risposta necessita una scala di intervento incompatibile con la finanza d'impatto. Non dico che non si debba sperimentare ma è bene non aspettarsi un silver bullet. Soprattutto, visto che sono scarse, è meglio destinare le risorse pubbliche per sollecitare capitali privati in forma di donazione - senza nessun rendimento, per quanto low - piuttosto che per incentivare la finanza d'impatto.

A differenza dei sostenitori dell'impact investing credo nello straordinario potenziale inutilizzato di risorse private da mettere in circolo per fini sociali. E non parlo di grandi filantropi ma di una disponibilità che attraversa tutta la società. Perché siamo un paese in cui malgrado tutto resiste un profondo tessuto di solidarietà che emerge quando c'è bisogno. Un paese in cui secondo l'Istat le donazioni medie pro-capite superano del 50 per cento quelle dei cittadini tedeschi.

La questione è far emergere questa disponibilità dall'informalità, per interagire con un uso più intelligente delle risorse pubbliche. Proprio il contrario della dicotomia stato-mercato che mi si imputa. A questo occorre con urgenza dedicarsi, più che teorizzare l'ibridazione tra profit e non profit (che sembra la riproposta di una responsabilità sociale di impresa incapace di mantenere le proprie promesse). Anche perchè, e qui torno ad essere d'accordo con Giovanna Melandri, la sfida è sviluppare l'imprenditorialità sociale all'interno del Terzo settore, per renderlo meno dipendente dalla finanza pubblica.

La vera innovazione oggi sta infatti nel coalizzare risorse pubbliche e risorse private, senza scopo di lucro, per investire in progetti sociali in grado di stare in piedi con le proprie gambe, in piena autonomia economica.