Vincenzo Manes

Novembre 2018

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Una mini patrimoniale volontaria sulla ricchezza finanziaria: la proposta di Enzo Manes

La tematica e scottante ma il dibattito è povero di idee pratiche e soluzioni sostenibili economicamente. Imprenditore e filantropo, dall’impegno in Dynamo Camp alla riforma del Terzo Settore con l’istituzione e la presidenza di Fondazione Italia Sociale, Vincenzo Manes è da sempre attento alle tematiche della cooperazione tra privato e pubblico in vista di obiettivi di interesse collettivo nazionale.

Negli articoli pubblicati sulle due testate nazionali Manes non perde occasione per sottolineare il rischio di un approccio individualista alle problematiche e alle paure che affliggono il popolo italiano: la precarietà del lavoro, la povertà, la perdita d’identità minacciata dall’immigrazione. Il quadro sociale restituito è quello di un’Italia involuta su se stessa, trincerata dietro un istinto di autodifesa che colpisce ogni categoria penalizzando inevitabilmente ogni iniziativa di cooperazione in vista di un bene comune.

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“Unopermille, tutti per uno” - di Vincenzo Manes

Un’idea per l’Italia? Prelevare una piccola percentuale della ricchezza finanziaria privata per investirla nel terzo settore, che è a forte intensità di lavoro ed è quindi in grado di generare nuova occupazione. In questo modo si raccoglierebbero 5 miliardi di euro

1. La ricchezza netta familiare, calcolata come la somma delle attività reali e finanziarie e al netto dei debiti, presenta (dato 2013) un valore medio per l’area dell’euro di circa 230.000 euro. Tra i paesi con maggiore popolazione, l’Italia ha una ricchezza netta media familiare relativamente elevata nel confronto internazionale (275.200 euro). Il totale complessivo supera i 10mila miliardi euro. Di questi poco meno della metà sono riferibili alla ricchezza finanziaria. Se calcolata in rapporto al reddito disponibile, la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane è in media ancora più elevata rispetto agli altri paesi del confronto.

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Le responsabilità (e i silenzi) della borghesia italiana - di Enzo Manes

Non è vero infatti che dall'inasprimento del clima sociale siamo colpiti tutti nella stessa maniera: i più deboli, quelli con meno risorse e mezzi, lo sono molto di più rispetto ai cosiddetti «ceti riflessivi»

C’è qualcosa di paradossale nella rivolta italiana contro l’élite. Non dal lato, comune ad altri Paesi, della sollevazione populista. Quanto per il ruolo dell’establishment. Di fronte all’ondata anti-elitaria solo in Italia una parte così ampia di chi detiene il potere – dai media alle professioni intellettuali, dagli imprenditori ai vertici dell’amministrazione – ha perso la voce o addirittura l’ha prestata ai nuovi vincitori. La borghesia italiana, come in altri tempi si sarebbe chiamata, è muta. Indifferente come se il futuro del Paese non la riguardasse.

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